Ipersessualizzazione.

Non è importante che il corpo della donna sia “usato” o meno , è importante che usare sia il mezzo e non il fine.

Bisogna avere cura delle parole che si sceglie di utilizzare , io credo che non solo e non tanto la donna sia ipersessualizzata , io credo che la donna sia mal compresa.

Essere una donna diventa un ruolo sociale il cui valore dipende dalla conoscenza che abbiamo di noi stesse.

Quando qualcosa non si comprende a fondo tende ad essere demonizzata e di seguito la reazione psicologica nonchè sociale a questo equivoco corrisponde ad una grossolana esorcizzazione fatta di luoghi comuni, stereotipi, eccessi e ridicolizzazioni controproducenti per le generazioni che man mano vengono a trovarsi nel bel mezzo delle ricorrenti e abusate contese tra libertà e proibizionismi, dissonanze cognitive individuali ma anche collettive.

In questo ambiente culturale confuso l’unica strada possibile è quella della conoscenza di se stessi.

Il porno ad esempio è una sofisticazione della sessualità; partiamo da noi stessi.

Che cosa sono le spalle di un uomo nella nostra memoria genetica?

Sono la sua capacità di cacciare, di lavorare e dunque di sostentare la famiglia.

Che cos’è il ventre di una donna e i suoi fianchi?

Sono la sua capacità di contenere la prole.

I nostri corpi hanno delle storie che per saper raccontare bisogna conoscere.

D’accordo, i ruoli sono cambiati, le donne possono, devono lavorare e gli uomini possono, devono adempiere al ruolo sociale di padri educatori, ma queste sono questioni generazionali di cui non devo trattare e che comunque riguardano l’effetto e non la causa.

Quello di cui sto parlando è la natura del rapporto tra uomo e donna, e se anche la sessualità tra uomo e donna è strettamente legata alla valenza sociale dei rispettivi ruoli è tanto più necessario avere memoria.

Indaghiamo la nostra memoria anzichè limitarci a soddisfare un impulso senza sapere da dove provenga, e solo a tali condizioni ben venga l’ipersessualizzazione, ben venga se è il risultato di una conoscenza.

 

Libro d’ombra (il gabinetto)

 

“… Amabile cosa è il soggiorno delle nostre case – lo cha no ma -,ma solo il gabinetto giapponese è interamente concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall’edificio principale,i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi da cui viene odore di verde di foglie e di borraccina. é bello,là,accovacciarsi nel lucore che filtra dallo shoji,e fantasticare,e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell’esistenza Natsume Soseki annoverava le evacuazioni mattutine:piacere fisiologico che solo nel gabinetto alla giapponese,fra lisce pareti di legno dalle sottili venature,mirando l’azzurro del cielo e il verde della vegeazione,si può assaporare sino in fondo. Insisto,sono necessari una lieve penombra,nessuna fulgidezza,la pulizia più accurata ,e un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare. Senza tali requisiti non si dà gabinetto ideale.

…Non sembri azzardato affermare che nella costruzione dei gabinetti,l’architettura giapponese ha toccato il sommo della raffinatezza. I nostri avi,per cui ogni realtà era degna di elaborazione estetica,riuscirono a trasformare il luogo della casa che,per sua destinazione, avrebbe dovuto essere più sordido,in una cella consacrata all’elezione e alla squisitezza del gusto,immersa nella natura ,avvolta da una bruma di immagini e reminiscenze delicate. Al contrario gli Occidentali hanno deliberato una volta per tutte che il gabinetto è sconveniente,e in società si astengono persino dal nominarlo. Quanto più savio è il nostro atteggiamento;o almeno più vicino all’intima verità delle cose!”

 

Jun’ichiro Tanizaki

Libro d’ombra

“… La spoglia eleganza delle stanze giapponesi è fondata,per intero,sulle infinite gradazioni del buio. Può accadere che una nudità così estrema sconcerti un Occidentale. Che beltà può celarsi in quattro muri grigi,senza decorazione alcuna? Osservazione ragionevole,che mostra tuttavia come l’Occidentale non abbia penetrato enigmi e giochi dell’ombra.

Stanze,già di per sè poco chiare,noi cerchiamo di renderle ancora più fosche,dilatando lo spazio sotto le gronde,o frapponendo talvolta,fra il buio interno e le naturali chiarità atmosferiche,lo schermo di una veranda. Del sole fulgente che brilla sul nostro giardino non ci raggiunge che uno spento riflesso,filtrato attraverso la carta opalescente dello shoji. Questa luce mitigata e indiretta è l’elemento estetico più importante della casa giapponese. Perchè quietamente e silenziosamente penetri,lei così debole,ed estenuata,e melanconica,nella nostra casa,rivestiamo i muri con intonaci di colore neutro.

… é incantevole la luce incerta e delicata che entra e indugia nelle nostre stanze,simile all’ultimo bagliore del tramonto! Questo riverbero,o piuttosto scurimento,supera per me ogni altra decorazione: mai mi stancherò di contemplarlo. In ogni stanza un’uniforme tinta sabbiata si abbevera di chiarore;da stanza a stanza,essa varia tuttavia,quasi impercettibilmente. Spesso le sfumature sono infinitamente sottili: si tratta di tinte sfuggenti,che sembrano cangiare,secondo lo stato d’animo di chi le guarda. ”

 

Jun’ichiro Tanizaki

Nacque a Tokyo nel 1886 e morì nel 1965.

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Dalle foglie.

Instancabile vento

sfogliolare di piccole foglie

guizzi verdi di code di pesce

schioccare di petali rossi

croccante scrosciare di acque ricordate,

dietro le cime di pioppi che si sfiorano

avvisto inncredula una luna trasparente

mi siedo dalla parte del sole, il seno caldo

i capelli raccolti da un solo lato,castagne,arance,nocciole.

E le foglie secche mi passano accanto chiedendo che io ricordi

l’autunno trascorso

o che precorra quello a venire,

sono in attesa che tutto passi.

Mi chiedo di che natura sia una donna che incastra petali tra le pagine di un quaderno

e che tiene un quaderno,

la natura di chi ricerca le cose piccole o che praticamente si cura dell’inutile.

Com’é complicato anche solo sedersi a pensare

godersi un sospiro

cedere ad un ricordo,senza pena,

chiedere un momento di pace.

Passeggio con la memoria tra i lunghi pomeriggi di sole al tempo in cui non conoscevo il tempo

e tutto mi sembra trascorso

lontano

mai vissuto pienamente

mai appartenutomi,

ma era così semplice a sera servirsi di una preghiera per oltrepassare la notte

quando la notte sembrava un tonfo sordo in una terra desolata dove i sogni erano diversi da me.

Adesso che la notte è un’attesa pregare non serve più

e i sogni sono ciò che mi separa dalla morte vera e sono profondamente miei.

è certo che dopo aver compreso quanto si sia capaci a soffrire la felicità sembra avere un prezzo troppo alto,

se la sofferenza è imponibile.

Ventana.